Vade retro, Vendola

di Massimo Introvigne

Nichi Vendola

Nello scorso week-end Nichi Vendola, governatore della Regione Puglia e, se la sinistra facesse le primarie, tra i più probabili candidati di quello schieramento alla presidenza del Consiglio, ha partecipato alla convention a Roma dei circoli Nuova Italia che fanno capo al sindaco di Roma Gianni Alemanno. Ero presente, invitato a parlare di politica estera. Ho trovato molto interessanti gli applausi reiterati a Vendola, ogni volta che il politico pugliese si è lanciato in battute contro la «casta» e i «ricchi» da parte di un pubblico di destra che evidentemente condivide il clima di esasperazione che ormai domina nel Paese.

Mi ha colpito, però, un passaggio del discorso di Vendola, esplicitamente rivolto ai cattolici e ai vescovi. Vendola, come tutti sanno, è dichiaratamente omosessuale e favorevole al riconoscimento giuridico delle unioni tra persone dello stesso sesso, così com’è favorevole alla sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione per malati che si trovino nella situazione di Eluana Englaro. Orbene, Vendola ha rievocato una grande sconfitta del suo schieramento, il Family Day, chiedendosi retoricamente dove sono oggi quei militanti, quelle associazioni cattoliche e quelle famiglie. Probabilmente, ha detto, stanno maledicendo il governo Berlusconi di cui con quella manifestazione hanno favorito la nascita per avere tagliato i fondi alle loro associazioni e al loro volontariato, nonché – attraverso l’ultima manovra – alle stesse famiglie.

«Chiedetevi – ha detto Vendola – che cosa preferiscono davvero oggi quei movimenti e quelle famiglie. Preferiscono ritrovarsi senza fondi e senza aiuti, ma con la magra soddisfazione di sapere che modelli di famiglia e di diritti diversi dal loro in Italia non sono riconosciuti, oppure preferirebbero un altro governo, che da una parte dia spazio ai nuovi diritti ma dall’altra faccia arrivare alle famiglie e al volontariato i fondi di cui hanno bisogno?“.

Premesso che «nuovi diritti» è un nome in codice per il riconoscimento delle unioni omosessuali e della possibilità di sospendere l’alimentazione e l’idratazione dei malati alla Eluana, la domanda di Vendola ha una versione bastone e una versione carota.

La versione bastone suona così: cari cattolici, cari vescovi, quando saremo al governo noi state attenti a non opporvi all’eutanasia e al matrimonio omosessuale perché potremmo colpirvi dove fa più male, togliendovi le esenzioni fiscali e strangolando economicamente le vostre associazioni e le vostre scuole. In tanti Paesi il laicismo ha fatto così.

Bisogna riconoscere che – benché la versione bastone in questi casi sia sempre implicitamente sullo sfondo – Vendola per ora ha usato la versione carota, proponendo un baratto. Con un prossimo governo del dopo-Berlusconi, magari proprio un governo Vendola, voi – vescovi e cattolici – impegnatevi a non disturbare il manovratore sul tema «nuovi diritti». In cambio ci dimenticheremo dei proclami bellicosi sull’ICI da far pagare alla Chiesa e daremo anche qualche soldino al volontariato e alle famiglie.

La proposta indecente di Vendola richiede due diverse risposte. La prima richiama ancora una volta alla questione dei principi non negoziabili. Per quanto siamo affezionati al quoziente familiare, la vita e la famiglia vengono prima. Il Papa lo ricorda tutti i giorni, e sarebbe bene che a scanso di equivoci lo ricordassero pubblicamente anche i vescovi italiani direttamente chiamati in causa dal governatore della Puglia.

La seconda risposta l’ha data il Papa in Germania. La Chiesa Cattolica protesta contro le ingiustizie di chi le ruba beni materiali legittimamente acquisiti, ma teme di più chi le vuole rubare l’anima. E non accetta baratti che «annacquino» la verità. Nella storia, per quanto malintenzionato e ingiusto fosse chi la spogliava dei beni materiali, queste spoliazioni – ha detto il Papa a Friburgo – «significarono ogni volta una profonda liberazione della Chiesa da forme di mondanità: essa si spogliava, per così dire, della sua ricchezza terrena e tornava ad abbracciare pienamente la sua povertà terrena. Con ciò, la Chiesa condivideva il destino della tribù di Levi che, secondo l’affermazione dell’Antico Testamento, era la sola tribù in Israele che non possedeva un patrimonio terreno, ma, come parte di eredità, aveva preso in sorte esclusivamente Dio stesso, la sua parola e i suoi segni. Con tale tribù, la Chiesa condivideva in quei momenti storici l’esigenza di una povertà che si apriva verso il mondo, per distaccarsi dai suoi legami materiali, e così anche il suo agire missionario tornava ad essere credibile».

Il Papa certamente non pensava a Vendola. Ma qui si trovano anche i principi per rispondere alla sua proposta tecnicamente irricevibile. La Chiesa non fa compromessi. Come ha detto ancora il Papa a Erfurt, ai protestanti, «la fede dei cristiani non si basa su una ponderazione dei nostri vantaggi e svantaggi. Una fede autocostruita è priva di valore. La fede non è una cosa che noi escogitiamo o concordiamo. È il fondamento su cui viviamo». Vade retro, Vendola.

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