Manovra Governo: dalla soppressione degli Enti locali all’aumento dell’aliquota ordinaria dell’Iva

di Claudio Romiti

Le ultime notizie sul fronte della Manovra correttiva messa in campo dal governo, oggetto di una prevedibile trattativa per modificarne alcuni aspetti, sono piuttosto inquietanti, sebbene francamente mi aspettassi un “riequilibrio” politico della Manovra medesima.

Ora, da liberale convinto – data anche la difficile congiuntura finanziaria internazionale – avrei sperato che un tale riequilibrio venisse effettuato a vantaggio dei contribuenti, con un minor prelievo fiscale aggiuntivo, incrementando il più possibile il taglio della spesa corrente. Sotto questo profilo, per quanto l’eventuale provvedimento possa risultare indigesto a molti, l’idea di innalzare gradualmente l’età pensionistica –così come sta accadendo nel resto d’Europa- rappresenterebbe un importante risparmio strutturale con importanti ricadute positive, tanto sul piano dei conti pubblici che su quello della sostenibilità del sistema previdenziale.

Invece, a quanto risulta dagli ultimi incontri tra Pdl e Lega Nord, sembra che la strada delle modifiche alla Manovra sia diametralmente opposta da quella auspicata nei settori liberali, ben presenti anche tra i partiti di governo. In sostanza, l’idea sarebbe quella di alleggerire alcuni tagli, come quello agli enti locali, eliminando del tutto o quasi la prevista abolizione di alcune amministrazioni provinciali e comunali, inasprendo il prelievo fiscale straordinario. A questo proposito si dà per certo il ritocco all’insù dell’aliquota ordinaria dell’Iva, portandola dall’attuale 20% al 21% (In questo caso, conoscendo la nostra tradizione tributaria in cui è quasi impossibile ritornare sui propri passi, è probabile che l’incremento resti a regime).

In più, è stata messa sul tappeto l’ipotesi di introdurre una sorta di patrimoniale sugli evasori, almeno così è stata definita dal proponente ministro Calderoli, la quale dovrebbe colpire le ricchezze superiori a 1-1,5 milioni di euro, con una aliquota regressiva (essa scenderebbe con l’aumentare del reddito) dal 5% fino a zero. Ciò significa che un disoccupato il quale, essendo riuscito nel suo passato lavorativo a comprarsi una casa rivalutatasi sopra la cifra pensata dall’esponente leghista, dovrebbe sborsare l’imposta più alta, dato che il suo stare “a spasso” lo configura come possibile contribuente infedele. Ora, al di là della dubbia costituzionalità di questo ulteriore prelievo, l’idea di una simile patrimoniale nasce allo scopo di attenuare il politicamente scomodo contributo di solidarietà a partire dai redditi lordi di 90.000 euro, oltre alla citata necessità di mitigare i tagli alla spesa locale.

Tuttavia, ed è questo il nodo più spinoso della faccenda, il pericolo che probabilmente i politici troppo centrati sulle ragioni del consenso non scorgono è legato ai possibili effetti recessivi che una tale mossa potrebbe causare nella nostra già traballante economia. Colpire il patrimonio, quindi il risparmio, ed i consumi rischia di ottenere, in prospettiva, un pericoloso effetto boomerang sul gettito tributario allargato, facendo rallentare ulteriormente il ciclo economico. Personalmente, ma forse il mio tasso di liberalismo non mi rende obiettivo, ritengo che quando un Paese si trovi in un difficile frangente finanziario, dovendo far fronte ad un debito pubblico molto elevato, l’ultima cosa che dovrebbe fare è quella di stressare ulteriormente il motore economico che lo sostiene. Ma questo è solo un punto di vista.

Claudio Romiti



   

 

 

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