Tassarli di nuovo sarebbe un suicidio

di Claudio Romiti

In questi giorni di convulse trattative per modificare la manovra correttiva annunciata, laddove ognuno cerca ovviamente di tirare dalla propria parte la “coperta” dei provvedimenti, circola una proposta piuttosto inquietante: l’idea di applicare una ulteriore imposta retroattiva sui capitali rientrati in Italia nel 2009 attraverso il cosiddetto scudo fiscale.
Una proposta che trova il pieno appoggio del Pd di Bersani, il quale è invece contrario all’ipotesi di un nuovo scudo fiscale.

Ora, al di là delle dotte disquisizioni circa la dubbia costituzionalità della cosa, il problema a mio avviso da porre in evidenza è prettamente politico.
In sostanza ci si chiede se, dopo aver stabilito un patto con i contribuenti interessati, sia lecito che lo Stato, attraverso il governo che tale patto ha stipulato, lo annulli unilateralmente in barba ad ogni principio di buon senso. E ciò proprio in un momento in cui si dovrebbe cercare in tutti i modi di far risalire sui mercati internazionali quel tasso di fiducia nei riguardi del Paese, fortemente messo in discussione da una situazione debitoria piuttosto difficile.

Per questo risulterebbe quanto mai paradossale che al fine di riconquistare la medesima fiducia all’esterno, diminuendo lo spread sui nostri tassi d’interesse, si mettesse in atto una proditoria rapina fiscale – perché di questo si tratta – nei confronti di chi si è fidato di una legge dello Stato.
D’altro canto, sebbene la Consulta non è mai stata chiarissima sulla controversa questione legata alle norme retroattive sul piano della fiscalità, se dovesse passare questa sciagurata eventualità, si aprirebbe un pericoloso scenario di incertezza del diritto sotto il profilo del delicato rapporto tra contribuenti e potere politico.

Un vulnus così evidente, per di più nei riguardi di un condono, contribuirebbe non poco a screditare ulteriormente un sistema di prelievo, quasi unanimemente percepito come vessatorio, che a quel punto verrebbe considerato completamente illegittimo da una massa crescente di cittadini.
In altri termini, colpire retroattivamente un qualunque cespite già oggetto di tassazione, e considerato in regola fino al giorno prima, avrebbe un effetto devastante dal lato della credibilità di chi esercita un prelievo fiscale complessivo, se includiamo il deficit e la spesa per gli interessi sul debito, che supera il 53% della ricchezza prodotta.

In altri termini, se si avvalorasse la consuetudine di una mano pubblica che, sulla base delle sue accresciute esigenze di bilancio, possa a sua discrezione sottoporre ad ulteriore inasprimento tributario redditi e ricchezze già salassati in precedenti esercizi finanziari, il cittadino medio perderebbe ogni residuo di fiducia nei confronti di questo Stato.

E dato che nessuno può immaginare di costringere l’intera popolazione dei pagatori di tasse a fare il loro dovere mettendo un finanziere davanti alla porta di ognuno, il pericolo di un fattivo e prolungato sciopero dei contribuenti potrebbe improvvisamente materializzarsi. Spero, pertanto, che la nostra politica da operetta, includendo l’intero schieramento parlamentare, faccia per una volta qualcosa di intelligente per scongiurare una tale, catastrofica eventualità.

CLAUDIO ROMITI



   

 

 

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