Libera economia di mercato, ecco la risposta al necessario cambiamento

Spesa pubblica complessiva

Con l’investitura di Alfano alla segreteria del Pdl si è cominciato, seppur compatibilmente con il rallentamento estivo del dibattito nazionale, a parlare di un nuovo orientamento per rilanciare l’azione di un partito afflitto da più di un problema. Ma soprattutto sul piano delle identità non è solo il Popolo delle libertà che deve trovare una corretta sintesi per migliorare la propria azione politica, anche il suo maggior antagonista, il Pd di Bersani, vive sostanzialmente la medesima problematica.

Tuttavia, al di là delle etichette e delle denominazioni che le forze politiche possono assumere, il tema dell’orientamento generale di un partito e/o di una coalizione non è cosa di poco conto. Da esso dovrebbero scaturire quegli interventi di fondo che, a prescindere dalla mera propaganda, costituiscono la sostanziale differenza politico-programmatica tra le stesse forze in campo.

Ora, in linee assai generali, tale differenza in Europa si estrinseca tra i due grandi blocchi in competizione – cosiddetti progressisti e conservatori – in modo piuttosto semplice: quando governa la sinistra, normalmente socialdemocratica, aumenta la protezione sociale a danno della produzione; quando invece vincono i partiti della destra moderata questo orientamento si ribalta e, seppur senza vere e proprie rivoluzioni liberali – tranne forse nel caso della Thatcher in Gran Bretagna negli anni ’80 -, prevale una maggior attenzione alle ragioni del mercato della concorrenza. Ciò, in soldoni, si evidenzia attraverso l’andamento della spesa pubblica, con piccole ma significative differenze tra i due citati orientamenti politici. Differenze non grandi perché nelle moderne democrazie occidentali lo scarto tra le forze socialdemocratiche e quelle moderate si basa a volte su questioni di portata limitata nell’ambito di un comune quadro di riferimento, laddove il confine tra pubblico e privato è a priori ben stabilito.

In Italia, al contrario, si può dire, senza possibilità di smentita, che proprio sotto il profilo della spesa pubblica e, conseguentemente, dell’incidenza della politica nella società e nell’economia non c’è mai stata alcuna rilevante differenza, a prescindere da chi abbia governato negli ultimi decenni. A partire dagli anni ’60 l’espansione nel controllo delle risorse operato dal ceto politico-burocratico non si è mai interrotta, nonostante alcune importanti privatizzazioni operate dopo il crollo della cosiddetta prima Repubblica.

In una sorta di continuismo storico, occorre avere il coraggio intellettuale di dirlo, anche i governi di centro-destra guidati da Silvio Berlusconi, vuoi per le più svariate ragioni, hanno accresciuto la quantità di risorse controllate dallo Stato. Tant’è che attualmente la spesa pubblica complessiva, la quale rappresenta la vera entità della pressione fiscale, oscilla tra il 53 e 54% del prodotto interno lordo. Una enormità quasi senza confronti in Europa.

Ora, tornando allo spunto iniziale, considerate pure le condizione dei conti pubblici in relazione al difficile momento della finanza internazionale, non sarebbe ragionevole aspettarsi da un rinnovato blocco moderato, con o senza Berlusconi alla guida, una spinta politica verso una decisa riduzione di questa elevatissima spesa pubblica, che ci fa somigliare ad un regime collettivista? Io penso francamente di si. E che ciò si faccia sotto qualunque etichetta sia utile allo scopo ben venga, ma purché si faccia. Soprattutto in considerazione del fatto che un Paese dominato dalla mano pubblica, come si è visto anche altrove, non cresce o, comunque, non cresce abbastanza.

Solo restringendo l’influenza, le competenze e, soprattutto, le risorse controllate dalla politica è possibile ridare fiato a quella tanto bistrattata libera economia di mercato che, tuttavia, è l’unica componente in grado risollevare le sorti del Paese.

Claudio Romiti



   

 

 

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